
Cinecittà è sempre stata la “fabbrica dei sogni”, ma oggi quei sogni passano necessariamente attraverso il codice, la realtà virtuale e l’ibridazione dei linguaggi. Durante la seconda giornata del RomeVideoGameLab, all’interno degli storici studi di via Tuscolana, ho partecipato a una tavola rotonda organizzata da Rai Cinema in collaborazione con Anica, inserita nella cornice della mostra “Cinema Futuro” curata da Simone Arcagni.
Il tema centrale è stato lo storytelling digitale, un termine che spesso usiamo in modo generico ma che nasconde una rivoluzione profonda: non parliamo solo di nuovi strumenti tecnologici, ma di una vera e propria forma culturale che sta trasformando il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo storie.
Durante il dibattito, moderato da Arcagni e Carlo Rodomonti, è emerso chiaramente come il confine tra cinema e videogioco sia ormai quasi impercettibile. Come ha sottolineato Nicola Maccanico (AD di Cinecittà), oggi uno studio cinematografico ha potenzialità infinite grazie alla VR e alle tecnologie digitali, che permettono di ricreare negli spazi chiusi ciò che una volta richiedeva costose trasferte in esterni.

In questo contesto di grande fermento, ho portato l’esperienza di Gold Enterprise. Insieme a colleghi e pionieri come Manuela Cacciamani (Presidente della neonata unione Anica Editori e Creators Digitali), abbiamo ragionato su come “connettere le isole” dell’innovazione italiana per trasformare i nuovi mestieri digitali in una vera e propria industria strutturata.
Sentire parlare esperti del calibro di Derrick de Kerckhove di come la VR affondi le radici in Cervantes, o discutere dell’impatto di modelli come GPT-3 sulla narrazione, conferma che siamo in una fase di transizione incredibile. Per me, essere lì ha significato ribadire che la tecnologia non è il fine, ma il mezzo per espandere i confini del racconto e creare una coscienza etica più profonda attraverso l’edutainment e la sperimentazione visiva.