
Essere invitato a parlare di futuro e di donne non è mai un esercizio banale, specialmente se i dati ci dicono che l’Italia sta scivolando indietro nelle classifiche del Global Gender Gap. Quando Mariapia Ebreo mi ha chiamato per partecipare al talk “Women For Future” di Fortune Italia, durante la Rome Future Week 2023, sapevo che il mio ruolo sarebbe stato quello della “quota azzurra” in un panel di sole donne. Ma oltre l’etichetta, l’obiettivo era capire come, dal mio punto di vista di autore e regista, potevamo decostruire gli stereotipi che ancora frenano una reale integrazione.
L’incontro si è tenuto alla Casa delle Tecnologie Emergenti, un luogo che per definizione guarda avanti, ma il dibattito ha messo subito in luce quanto il domani sia ancora progettato quasi esclusivamente da uomini. Mentre colleghe come Tiziana Catarci ed Emilia Garito analizzavano il gap nelle materie STEM e nel mondo aziendale, o Licia Troisi raccontava di come le sue eroine fantasy debbano ancora “salvarsi da sole”, io ho cercato di portare la riflessione sul terreno che conosco meglio: l’immaginario visivo.

Nel mio intervento ho analizzato il peso degli stereotipi femminili nel cinema. Siamo passati dai modelli anni ’80, dove la donna era spesso un accessorio della figura maschile (un po’ come il Ken nel recente film di Greta Gerwig), a una direzione attuale che definirei quasi “confusa”. Vediamo figure forti inserite a forza nelle storie, a volte solo per rispondere a una necessità di posizionamento, ma credo sia comunque l’inizio di un percorso virtuoso.
Ho citato film come Una donna promettente o lo stesso Barbie, esempi di come anche il cinema commerciale stia provando a scardinare narrazioni tossiche. Nonostante i numeri non siano ancora confortanti, resto un ottimista: ogni rivoluzione culturale comincia da un piccolo passo, e confrontarsi su questi palchi serve a raddrizzare la rotta di un futuro che deve necessariamente essere più inclusivo.